miércoles, 17 de enero de 2018

Canzoni agrodolci e sventati aquiloni: dal giornalismo all’invenzione letteraria

Danilo  Manera

Luis Martín Gómez è nato nel 1962 a Santo Domingo.

Ha lavorato a lungo come giornalista e annunciatore del telegiornale in una rete televisiva molto seguita. Più di recente, ha animato il programma culturale di interviste “Yola yelou”. Come videomaker ha realizzato prodotti di comunicazione per il PNUD, l’UNICEF, l’Agencia internazionale per lo sviluppo, e varie associazioni della società civile, fondazioni e Ong dominicane. Dopo aver partecipato negli anni Novanta ai concorsi di Casa de Teatro e Radio Santa Maria, ricevendo più volte premi, incoraggiato dal magistero e l’apprezzamento di due grandi narratori dominicani, José Alcántara Almánzar(1946) e Armando Almánzar Rodríguez (1935-2017), ha raccolto i suoi testi in Dialecto (Santo Domingo, El Arco y la Lira, 1998), che meritò il Premio nazionale per il racconto del 1999 e lo fece conoscere nell’ambiente letterario. Da questa raccolta traduciamo dieci racconti rappresentativi diun ventaglio di tematiche incisive e soluzioni tecniche complesse, sempre con uno sguardo acuminato e per niente convenzionale.

L’autore affronta anche problemi drammatici, non solo dominicani, come il mondo infantile che si difende con la fantasia dalla ferocia degli adulti (Santiago, Joselito, Luis) o la vicenda di una giovane donna che, nonostante la pazzia provocata dalla sua reazione alla violenza del padre, riesce a vendicarsi del proprio carceriere, il medico che l’ha in cura (Anita, la Principessa). C’è uno stupro anche nella storia di In transito, che va immaginato negli anni Ottanta, quando erano appetibili le borse di studio per l’Unione Sovietica o i paesi dell’Est. La narrazione è condotta su tre piani: la vittima con la sua testimonianza scombinata, il giornalista che vuole costruirci sopra una notizia bomba e il narratore onnisciente che un po’ puntualizza e un po’ rimescola le carte, tanto che il giornalista e gli assalitori finiscono per sovrapporsi. Altre volte spunta una dose di ironia tinta di tragico, come nell’aspirante scrittore ossessionato dal non commettere sbagli e non lasciare in giro brogliacci, che finisce per bruciare insieme alle sue bozze (Nessuna traccia) o nel pubblicitario che si infila gli auricolari per ascoltare i compositori preferiti e isolarsi dal lavoro e dal mondocircostante, fino a non rendersi nemmeno conto di un incidente fatale (Momenti di musica). Juke-box di sogni parte invece dal genere di canzone melodica dominicana più popolare, la bachata, musica di amarezza e disamore, di nostalgia e smarrimento, i cui testi sono spesso lamenti per l’abbandono di una donna che spezza il cuore. E il protagonista, in un bar malfamato, mischia alcol e brani di un grande musicista, Víctor Víctor (1948), per ricostruire nel ricordo l’amata perduta. Solo che alla fine, quando quasi ci riesce, rivela che è stato lui a ucciderla.

La tendenza dell’autore al microracconto e alla narrazione fulminea, già visibile nel suo primo libro, fiorisce compiutamente in La destrucción de la muralla china (Santo Domingo, Cole, 2003) da cui ricaviamo trentuno racconti fulminei o corti e uno più lungo, quello omonimo. Negli scritti brevi pulsa il senso del rovescio e del paradosso, la prospettiva a testa in giù del pipistrello, o delle valigie che si infilano dentro i passeggeri. Luis Martín Gómez ha una spontanea simpatia per chi si mette di sghimbescio a suo rischio e pericolo, per gli sfortunati e gli strampalati, come il bibliotecario che finisce in manicomio, ma anche lì “trasforma le foglie degli alberi in racconti e i fiori in poesie” o il Che Guevara che si smarca dall’uso indegno del suo ritratto; l’uomo invisibile geloso che cerca la moglie nei sogni degli altri o il pifferaio di Hamelin che fa annegare una turba di politici con motivetti popolari. Ciò gli permette di rilevare una ragnatela di manie e inciampi, meschinità e trappole, regalandoci con le sue storie un piccolo sistema d’allarme – che a volte canticchia e altre volte scortica – contro l’insulsaggine e la viltà.

La distruzione della muraglia cinese, è stato scritto all’inizio di questo secolo (i fatti di Piazza Tienanmen sono del 1989 e la spedizione del Mars Polar Lander è del 1999), quando la situazione dei diritti civili e il controllo su internet in Cina erano ancora più stretti e punitivi, ma il suo messaggio libertario è ancora ben attuale. Il paese più popoloso del mondo è visto da un remoto villaggio di frontiera di uno degli Stati più piccoli del pianeta e si mescolano tre voci: quella del dissidente cinese, quella dello scolaro rurale Toño e quella del giornalista che sta scrivendo un reportage. E alla fine forse tutto germina dalla tendenza di quel giornalista a trasformare tutto in letteratura.

Luis Martín Gómez vinse nuovamente il Premio nazionale per il racconto nel 2009, grazie a Memoria de la sangre (Santo Domingo, Mar de tinta, 2008), un libro che osa scendere con le sue storie nelle viscere di un’epoca terribile, i “Dodici Anni” del governo oppressivo di Joaquín Balaguer, durati dal 1966 al 1978. Balaguer (1906-2002) fu per lunghi anni uno stretto collaboratore del dittatore Rafael Leónidas Trujillo, suo ministro e presidente fantoccio quando Trujillo fu assassinato nel 1961. Il convulso periodo che seguì vide il governo democratico di Juan Bosch, abbattuto da un colpo di stato militare che lo costrinse all’esilio, poi la Rivoluzione dell’aprile 1965 dei costituzionalisti, soffocata dall’intervento statunitense. Balaguer vinse tre volte le elezioni, sostenuto dagli USA e in un clima di intimidazione e violenze contro gli oppositori. Il suo governo fu segnato dagli omicidi politici e la repressione, con un soffocante sistema poliziesco e spionistico. Furono anni di torture e sparizioni, abusi e terrore.

Attraverso la finzione, l’autore ci restituisce quell’atmosfera nell’episodio di un rivoltoso freddato durante una visita alla famiglia (Cantale “La cucaracha”, ispirato alla morte dell’attivista politico Amín Abel Hasbún nel 1970); nello schifo del giovane lettore di Balaguer (il tiranno era ormai cieco), che vorrebbe punirlo, o almeno toglierli il sonnifero perché lo tormentino le atrocità commesse (Dormicum); nell’attesa eterna e impaurita della fidanzata di un latitante, che ritira rocambolescamente le lettere dell’amato (Non piangere che dicembre arriva presto, racconto in cui si fa riferimento al sequestro del colonnello dell’ambasciata statunitense Crowley nel 1970, per la cui liberazione furono rilasciati numerosi prigionieri politici, ma che scatenò un’ondata di persecuzioni indiscriminate). E nel quarto e ultimo racconto che proponiamo, Memoria del sangue, un giornalista costretto ad abbandonare il mestiere proprio per le angherie e censure del regime balaguerista torna anni dopo al lavoro come innocuo reporter di eventi sociali e scopre in un ospizio l’ex capo della spietata polizia balaguerista, dimentico e dimenticato, ma in cui può ancora smuovere il ricordo dei cruenti delitti commessi.

Questo scavo all’indietro si accentua nel primo romanzo di Luis Martín Gómez, Rumor de río(Santo Domingo, Mar de tinta, 2016). Il protagonista-narratore si rivolge al padre, ormai smemorato per via dell’Alzheimer, rievocando la propria infanzia e prima adolescenza nel quartiere EnsancheOzama, sulla sponda orientale del fiume che bagna Santo Domingo, proprio in quei cupi e frustrati anni Settanta. “A te il ricordo è scappato via come una fidanzata infedele e me mi perseguita come un’amante ossessionata,” dice al padre. Ma i frammenti che via via recupera del passato sono come fermentati dalla distanza, un po’ alla maniera del grande maestro Marcio Veloz Maggiolo (1936), secondo il quale la memoria è come un mulinello che sposta e confonde, senza lasciare nulla di stabile e nitido, miscelando le fonti proprie e altrui. Alla fine una banda di ragazzini, cercando in un terreno incolto armi e cibi in scatola sotterrati durante la rivoluzione dell’aprile 1965, finisce per provocare involontariamente la cattura di un gruppo di guerriglieri, grazie all’intervento di un informatore della polizia di Balaguer, l’italiano Don Giácomo, appassionato di musica lirica e figlio di un riparatore d’organi innamoratosi d’una mulatta. Ma attorno a questo motivo centrale, che esplode come una bomba a orologeria causando il senso di colpa del protagonista, ruota uno sciamedi storie minime, umanamente bislacche, sotto il cielo torbido della Storia grande e sfuggente. Con in più la straordinaria abilità dell’autore nel riprodurre il linguaggio popolare e il gergo infantile, anche nei particolari scabrosi. La sua scrittura, che sapeva prima ridursi a gocce – di pioggia, di aceto o di miele –, scorre qui come un fiume, dragando le voci di un quartiere e trasformandole in finzione appena prima che l’oblio se le porti via.

Luis Martín Gómez ha anche scritto significativi libri per l’infanzia: Mamá, a aquellacaracola le está naciendo un mar (2004; Premio nazionale di letteratura infantile 2003), El hombregrama y otros cuentos verdes y pintones (2010) e Mami: Operación elefante (2014).

Dal 2005, è Direttore del Dipartimento di Comunicazione della Banca Centrale della Repubblica Dominicana. A vederlo un tempo leggere e commentare le notizie al telegiornale della sera, con la sua voce elegante e morbida, impeccabilmente vestito e infallibilmente pettinato, così come a vederlo ora dietro la sua scrivania o in una conferenza stampa, sempre pacato e diplomatico, con lo schietto sorriso delle sue origini mediterranee (padre spagnolo, madre d’ascendenza libanese), non si assocerebbe facilmente la sua immagine elegante e misurata con la sua narrativa, così inquieta e policroma, a tratti sperimentale e poetica.


Ma le apparenze ingannano: i suoi reportage brillano per coraggio e coscienza, imparzialità e rispetto. E come giornalista conosce da dentro la paradossale situazione che ci coinvolge un po’ tutti, sostanzialmente disinformati in mezzo a una valanga di informazioni, proprio come gli abitanti di La Notizia, che abitano fisicamente tra le lastre dei giornali, ma ritrovano memoria e dignità solo imparando a decifrarle. È così che il giovane Juan scopre sulle pareti delle catapecchie la verità che lo riguarda. E la letteratura è per Luis Martín Gómez un diverso modo di vedere, sentire e toccare, strettamente legato all’emozione. C’è forse dunque nelle sue pagine soprattutto un semplice ma caloroso invito a spingersi oltre, a sillabare con cura, a sognare senza telecomando, “come uno che guarda per la prima volta in un telescopio e si trova all’improvviso di fronte a una stella immensa”, meritando così di veder comparire la libellula fosforescente del tamarindo, che somiglia al “diamante che la luce disegna quando attraversa le lacrime".

Luis Martin Gómez: Non piangere che dicembre arriva presto. A cura di Danilo Manera. Robin Edizioni, Torino, 2017.

miércoles, 12 de octubre de 2016

El Rumor de río de Luis Martín Gómez

Por Fernando Casanova 

El uso de la primera persona, cuando se narra una historia en una novela o cuento, nos lleva irremediablemente a Marcel Proust. Específicamente a aquel momento en el que el protagonista moja un bizcochito en su té, con ello Proust recurre a la magia de un tiempo lento y moroso para traernos el olor y el sabor de un pasado recreado en líneas de escritura. “Recuerdas, padre, el canto de las aguas al amanecer?” Es la frase mágica que utiliza Luis Martín Gómez para llevarnos directamente al pasado cercano. El ensanche Ozama con su río homónimo como escenario en la que un trío de carajitos, Felo, Chago e Ito, le dan vida a los recuerdos y a la historia de un barrio que fue ensueño para ellos y que ya no lo es más, salvo en la memoria de éste “Rumor de río” de Luis Martín Gómez.

“En el ensanche Ozama, barrio de Santo Domingo, localizado a orillas del río Ozama, un grupo de niños inicia la búsqueda de unas armas enterradas durante la Revolución de Abril de 1965, incidiendo, sin proponérselo en el desenlace fatal de una célula guerrillera que luchaba contra el gobierno de los Doce Años…”. Así se describe la trama en la contraportada de la novela corta o cuento largo titulado “Rumor de Río” que acaba de publicar el escritor dominicano Luis Martín Gómez. Los temas de la literatura dominicana han sido más bien rurales, por ser la República Dominicana del pasado reciente muy rural. La caña y los braceros con Over, de Marrero Aristy, o la vida campesina y las revueltas civiles dominicanas del siglo XIX con La Mañosa de Juan Bosch, han sido las cimas de una narrativa muy costumbrista de estilo decimonónico, y escritores formados en la tradición costumbrista del criollismo latinoamericano.

En éstos tiempos, con una visión distinta de lo latinoamericano y sin tanta vida rural, ha sido en los barrios donde se han formado la mayoría de los escritores contemporáneos de nuestro país. Con Marcio Veloz Maggiolo, Andrés L. Mateo y ahora con Luis Martín Gómez entramos a los callejones y patios de nuestros barrios. Villa Francisca y ahora el ensanche Ozama, de los últimos años del siglo pasado reviven en las páginas de estos escritores. Un rumor de río o de callejón están dándole forma a la memoria nostálgica de quienes hoy tienen entre 50 y 70 años. Las naciones necesitan de la nostalgia igual que los individuos. Con ella, la nostalgia, es con la que se puede limar lo desagradable y que aflore lo que una vez fue presente y que ahora quiere permanecer para siempre en nuestro futuro.



Fuente: http://www.elcaribe.com.do/2016/10/12/rumor-rio-luis-martin-gomez

(Rumor de río está disponible en Amazon.com y en el Museo Memorial de la Resistencia Dominicana).

martes, 4 de octubre de 2016

“Somos tierra de narradores, si fuera de poetas nos salvaríamos”

El escritor y periodista acaba de publicar su primera novela “Rumor de río”, la cual se encuentra a la venta en Amazon y en el Museo Memorial de la Resistencia Dominicana.

Por Alfonso Quiñones

SANTO DOMINGO. Luis Martín Gómez (Santo Domingo, 1962) es un abuelo joven y atildado, amistoso y sonriente. Detrás de su buró, no se puede pensar que sea el escritor que es.
Ganó dos veces el Premio Nacional de Cuento (1999 y 2009); el Premio Nacional de Literatura Infantil (2003); en el 2002 obtuvo el Premio Virgilio Díaz Grullón de cuento; 1er Lugar en el Concurso de Cuento Radio Santa María, 1995. Ha publicado: Rumor del río 2016; Mami: Operación elefante, 2014; Mar adentro: entrevistas en Yola yelou, 2013; El hombre grama y otros cuentos verdes y pintones, 2010; Memoria de la sangre, 2008; Mamá, a aquella caracola le está naciendo un mar, 2004; La destrucción de la muralla china, 2003; Juke-box di sogni (Vellonera de sueños), 2002; Dialecto, 1999.


—¿Cómo surgió la idea de la novela? ¿Está basada en hechos reales?
La idea central es ficción pero casi todos los episodios que la soportan sucedieron más o menos así, con variantes deformadas por el recuerdo difuminado o la imaginación. La novela se me ocurrió mientras escribía Memoria de la sangre, colección de cuentos ambientados también en los 12 años de Balaguer.

—¿El cuento fue un cuento para luego saltar de género?
No, sigo sintiéndome cuentista, por lo menos, trabajo ese género con más comodidad. Pero quiero ver cómo me va con otros géneros. Esta novela es un primer atrevimiento. (Creo que tú manifestaste el deseo de que yo experimentara con un texto de largo aliento; te he complacido).

—¿Se presentó en la feria?
No, no se hizo acto de puesta en circulación. He anunciado la publicación con una nota y mis hijos se están encargando de la promoción por las redes sociales. El libro está disponible en Amazon y en el Museo Memorial de la Resistencia Dominicana, a beneficio de esa institución.

—¿Seguirá de novelista?
Me ha gustado la experiencia y creo que intentaré otra más adelante; ahora empecé a escribir una obra de teatro (oye que riesgo estoy tomando); espero salir a camino.

—¿Qué novelistas le han aportado más?
García Márquez y Cortázar. Del primero he aprendido a encontrar temas insólitos, singulares, en los intersticios de la cotidianidad; el segundo me ha enseñado a usar el humor en la literatura, a jugar con ella.
 
—¿Esta es tierra de poetas o de narradores?
De narradores; si fuera de poetas, nos salvaríamos. Pero denunciamos demasiado y soñamos poco.

Fuente: http://www.diariolibre.com/revista/cultura/somos-tierra-de-narradores-si-fuera-de-poetas-nos-salvariamos-AM5097626

domingo, 2 de octubre de 2016

Comentario de José Alcántara Almánzar sobre Rumor de río

Un padre que ha perdido la memoria y se halla extraviado en los laberintos del olvido; un hijo que intenta reconstruir un pasado compartido; una memoria propia que en parte es también la del padre; un colectivo signado durante décadas por una represión feroz que llevó a muchos a la tumba, y más tarde por la contrainsurgencia con la que se pretendía aplastar los últimos vestigios de rebeldía popular. Todos estos elementos confluyen en el meollo deRumor de río, de Luis Martín Gómez, un texto que cabalga entre el relato extenso y la novela corta, sin que importe mucho la clasificación genérica, pues lo que en verdad cuenta es el aliento poético de la pequeña obra, como se advierte desde el principio con “Remolino” y en otras muchas páginas, incluido el final (“Recuerdos”).


Conmovido por la desmemoria del padre amado, el personaje-narrador lleva a cabo una ardua empresa que consiste en rehacer lo que ocurrió en su niñez y adolescencia: recomponer el mapa barrial del Ensanche Ozama, urbanización modélica construida por Trujillo para militares y asimilados, con sus amplios solares arbolados, sus jardines con flores, sus viviendas modestas tan similares, que eran albergues de aspiraciones y sueños comunitarios que quedaron anclados en el tiempo. Pero nada hay tan inconstante y mutable que la memoria, la cual cambia y reacomoda los recuerdos. Nada es fijo allí, en ese territorio de emociones, sentimientos e imágenes que uno lleva más en el corazón que en la mente, y que nos empujan a modificar, sin quererlo, sin advertirlo siquiera, hechos y datos asentados en ese reservorio particular e intransferible.


Para traer al presente el escenario barrial de los años setenta del siglo pasado, el narrador descarta el método tradicional, que no es otra cosa que la crónica de unos sucesos que marcaron a su generación y a su grupo de amigos, para decantarse por una prosa que desdeña la puntuación convencional y en la que se enseñorea un humor regocijante, irónico casi siempre, que no evade el morbo sexual ni la descripción de intimidades escabrosas. Los personajes se comunican en su jerga barrial, con sus procacidades y detalles peculiares, sin pretensiones heroicas. Se llama a las cosas con los nombres que el pueblo emplea, y el autor ha evitado edulcorar su ficción sin transformarla en una estampa de urbanidad al gusto de ciertos lectores puntillosos.

Numerosas historias personales se entrecruzan en la obra, y un capítulo se encadena al siguiente, no como una sucesión de cuentos aislados –tendencia que el autor, ducho cuentista, ha eludido- sino como piezas de un tablero que asumen sus papeles con mayor o menor intensidad para formar un conjunto heterogéneo pero verosímil. Algunos son típicos de la vida barrial, como Miel de Abejas, Don Giácomo, Luis su Alteza, entre otros, y el trio que forman Felo, Chago e Ito, inseparables del narrador, núcleo que crea la intriga en torno a la búsqueda de supuestas armas y una caja de alimentos enlatados que soldados norteamericanos enterraron durante la Revolución de Abril del 65. Son antihéroes anónimos, cuyas aventuras y hazañas, impulsadas por la curiosidad y el gesto cómplice, colorean la vida barrial, sacándola de la rutina e intrascendencia de los años setenta del siglo XX.

La tesis central de la narración la expresa el propio narrador: “Un grupo de niños, padre, es la unidad más solidad de la sociedad. No es el matrimonio, ni las oenegés, ni los partidos, ni el ejército. Es la pandilla infantil, ese colectivo ingenuo y unido monolíticamente alrededor de la amistad sincera, pura, solidaria, que actúa movido por la imaginación y los sueños”. Rumor de río, título que el autor ha elegido para su obra, alude a la presencia sonora del río Ozama, en uno de los límites del barrio, y a su carácter de mudo testigo del acontecer cotidiano en esa parte de la ciudad. La imagen del río como una sucesión dialéctica que se transforma sin cesar es también un acierto narrativo, ya que el Ozama ha sido, desde la fundación de la ciudad hace más de quinientos años, hasta nuestros días, una masa de agua que pareciera eterna y que lo arrastra todo hacia el mar: la basura y los sueños, lo atroz y lo inconfesable, renovando su piel cada mañana, como si la contaminación y las algas no le afectaran; como si el detrito humano que la destruye sin remedio pudiera diluirse con las lluvias torrenciales del verano.

Pese a su brevedad, la obra hace acopio de un sinnúmero de referencias que permiten trazar al perfil sociocultural de un momento histórico definido por la frustración y la amargura de un cambio politico abortado por la ocupación norteamericana y los Doce Años de Balaguer. Cada capítulo ofrece imágenes de una ciudad insomne y de un barrio ubicado en la margen oriental del río Ozama como una especie de enclave, con su propio código y prácticas sociales, con sus hábitos y costumbres inconfundibles, donde un grupo de niños crecía tejiendo sueños, bajo la mirada de adultos inmersos en el trabajo y las banderías políticas del momento.

La intertextualidad, las citas de canciones, filmes, refranes, comics, la mención de lugares y prácticas sociales, sirven de apoyaturas válidas que enmarcan la acción de los personajes hasta desembocar en un final anticlimático, con la muerte de los guerrilleros en el kilómetro 14 de la autopista Las Américas, y el cierre poético, con un enunciado triste y resignado que lo dice todo: “Tú quisieras recordar y yo olvidar, pero no podemos. El recuerdo se te ha fugado como una novia infiel y a mí me persigue como una amante obsesionada. A ti te ha librado el Alzheimer, yo sigo prisionero del recuerdo”.

(Rumor de río está disponible en Amazon.com y en el Museo Memorial de la Resistencia Dominicana).

miércoles, 21 de septiembre de 2016

Comentario de José Rafael Sosa sobre Rumor de río

Cuando un escritor de cuentos, acostumbrado a la mecánica relativamente fácil de la narrativa
corta, la de los 100 metros planos, la de un solo esfuerzo sostenido, decide incursionar en los 150 metros con vallas, que podría representar el largo esfuerzo de escribir una novela, no sabe, generalmente, en lo que se está metiendo. Y el asunto es mayor, cuando no se trata de un escritor profesional dedicado exclusivamente a la creación, ideal que tienen en el fondo de su alma, todo aquel (o aquella) que teniendo la literatura como un eje fundamental de vida, tiene que alquilar su tiempo para ganar el pan de cada día.
Y hacer eso, con esas dos dificultades cruciales, y lograr una carta de presentación en novela, de forma que nos deje sin el aliento para reposar lo leído, entonces nos encontramos ante un fenómeno literario que hay que atender.
Es el caso del periodista y escritor Luis Martín Gómez, quien publica – casualmente dos días antes del inicio de la XIX Feria Internacional del Libro, esta, su primera novela, ambientada en los tiempos tumultuosos, trágicos e inolvidables de los primeros doce años del gobierno del doctor Joaquín Balaguer.
No es una novela extensa, por lo que podría calificarse de noveleta (desde la perspectiva de la extensión), pero su trascendencia no la otorga su número de páginas, sino el perfume a buen oficio literario en una narración demandante de investigación, rica en detalles, perfecta en la delineación de sus personajes y fiel a la época a la cual se refiere, poco conocida por las actuales generaciones jóvenes de lectores y que tiene en Martín Gómez un constante continuador, tras la publicación de un manojo de cuentos, igualmente bien escritos, sobre el mismo período histórico.
El cuadro ubica a los lectores en el ensanche Ozama, barrio de Santo Domingo localizado a orillas del río Ozama, (hoy Santo Domingo Este y para entonces un barrio “de clase media alta” en el cual un grupo de niños inicia la búsqueda de unas armas enterradas durante la Revolución de Abril de 1965, incidiendo, sin proponérselo, en el desenlace fatal de una célula guerrillera que luchaba contra el gobierno de los doce años de Balaguer.
Resalta el uso del recuerdo como instrumento de narración, la visión subjetiva que desarrolla de cada uno de sus personajes y la gracia con que inserta detalles y el manejo del lenguaje popular.
La novela nos llegó y se nos ocurrió leerla en la noche. No pudimos despegarnos. Luis Martín es responsable de una noche perdida del sueño y ganada por la imaginación creativa, al entregar a la sociedad un trabajo que permite el ingreso de un nuevo novelista, género literario que – junto a la poesía- constituye el fuerte de nuestra creación literaria.
(Rumor de río está disponible en el Museo Memorial de la Resistencia Dominicana y en Amazon.com)

viernes, 16 de septiembre de 2016

Rumor de río, primera novela de Luis Martín Gómez

El periodista y escritor Luis Martín Gómez publicó Rumor de río, su primera novela, ambientada en los Doce Años de Balaguer.

“En el Ensanche Ozama, barrio de Santo Domingo localizado a orillas del río Ozama, un grupo de niños inicia la búsqueda de unas armas enterradas durante la Revolución de Abril de 1965, incidiendo, sin proponérselo, en el desenlace fatal de una célula guerrillera que luchaba contra el gobierno de los Doce Años de Balaguer”, informa el autor, dos veces premio nacional de cuento y premio nacional de literatura infantil.
Añade que “el lector se entera fragmentariamente de esta historia a través de los recuerdos que, muchos años después, uno de los participantes en aquella búsqueda rescata para su padre, que ha perdido la memoria. En ese recorrido hacia el pasado, surgen recuerdos reales e imaginarios, algunos de los cuales el narrador-protagonista desea olvidar”.

Rumor de río fue editada por Mar de tinta, bajo el cuidado de Laura Patricia Gómez. Está a la venta en el Museo Memorial de la Resistencia Dominicaca y en Amazon.com. en el enlace:
https://www.amazon.com/Rumor-Spanish-Luis-Mart%C3%ADn-G%C3%B3mez-ebook/dp/B01M02UNLT/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1474049033&sr=1-1&keywords=rumor+de+r%C3%ADo

Sobre la obra, el escritor y crítico José Alcántara Almánzar dice que “hace acopio de un sinnúmero de referencias que permiten trazar el perfil sociocultural de un momento histórico definido por la frustración y la amargura de un cambio político abortado por la ocupación norteamericana y los Doce Años de Balaguer”.

De su lado, el escritor y catedrático de literatura hispánica Danilo Manera afirma que “la primera novela de Luis Martín Gómez es sobrecogedora. El autor nos tenía acostumbrados a una escritura en gotas –de lluvia, de vinagre o de miel. Ahora fluye como un río, draga las voces del barrio, con el recuerdo que se escapa hacia el olvido disfrazándose de ficción. Es una bomba de relojería cargada de sardinas. Son palabras apresadas en una redada de chichiguas”.

Luis Martin Gómez ha publicado los libros de cuento Dialecto, La destrucción de la muralla China, Vellonera de sueños y Memoria de la sangre; y los libros de literatura infantil Mamá, a aquella caracola le está naciendo un mar; El hombre grama y Mami: operación elefante.

Notas relacionadas:
http://www.elinformador.net/2016/09/16/rumor-de-rio-primera-novela-de-luis-martin-gomez/
http://www.diariolibre.com/revista/cultura/el-periodista-y-escritor-luis-martin-gomez-publica-su-primera-novela-JJ4957795
http://www.diariodominicano.com/cultura/2016/09/16/230733/rumor-de-rio-primera-novela-de-luis-martin-gomez
http://www.revistabanca.com.do/articulo/2978/Rumor-de-rio-primera-novela-de-Luis-Martin-Gomez
http://almomento.net/rumor-de-rio-primera-novela-de-luis-martin-gomez/244819
http://www.proceso.com.do/noticias/2016/09/16/luis-mart%C3%ADn-g%C3%B3mez-publica-su-primera-novela-%E2%80%9Crumor-de-r%C3%ADo%E2%80%9D/
http://eltitular.do/et/rumor-rio-primera-novela-luis-martin-gomez/
http://elnacional.com.do/libros-y-lecturas76/
http://www.lainformacion.com.do/noticias/sociales/70504/rumor-de-rio:-primera-novela-de-luis-martin-gomez
http://elnacional.com.do/luis-martin-gomez-publica-rumor-de-rio/
http://elnacional.com.do/cojanlo-2528/
http://www.elcaribe.com.do/2016/10/12/rumor-rio-luis-martin-gomez




sábado, 23 de abril de 2016

Comentario sobre Memoria de la Sangre

Cercanas lejanías 

Comentario a “Historia de la sangre”. Cuentos de Luis Martín Gómez- República Dominicana. Letras de Chile, 21 de abril de 2016
Por Rubén González Lefno.
Una de las persistentes tendencias en la literatura latinoamericana lo constituye el desconocimiento de la producción literaria existente entre sus diversos países, salvo publicaciones y nombres canónicos o respaldados por estrategias comerciales.
El libro que esta vez comentamos se relaciona precisamente en dicha situación, esta vez en torno a la narrativa dominicana de la cual desconocemos parte importante (y mayoritaria) de su producción.
“Historia de la  sangre” (Santo Domingo 2008), del autor Luis Martín Gómez, recoge 11 cuentos (micro relatos algunos de ellos), ambientados en el periodo del gobierno de Joaquín Balaguer (1966 y 1978).
En este corpus de cuentos de comienzo a fin se respiran temores, crímenes y conductas propias de un mundo degradado y aplastante, por cuyas páginas desfilan personajes abyectos y martirizados: victimarios y víctimas. Poder y abusos constituyen las claves para resumir el carácter de las narraciones.
Estas temáticas resultan de larga data en la literatura hispanoamericana, generada en países y períodos diversos. En este sentido comprobamos que Luis Martín Gómez se desplaza con soltura en el mundo representado, haciendo gala de un estilo claro y ameno, donde el ritmo narrativo es manejado en directa relación con las necesidades que cada una de las historias lo exige.
Podemos afirmar que se trata de narraciones sin pretensiones mayores que –seguramente por eso mismo- alcanza solidez en una estética que se nutre del dolor y del horror, características reconocibles también en diversos autores chilenos.
En el libro se redacta una especie de acta de las condiciones que han debido enfrentar hombres, mujeres, niños y adultos de nuestros pueblos, cada vez que sus dictaduras dominan la vida de cada uno de ellos, con la secuela de crímenes y coacción que perfila conductas, destruye valores y somete la vida pública y privada de los dominados.
De esta forma, Luis Martín Gómez  conduce al lector por una suerte de feria/laberinto donde lo artero y el desprecio por la vida establecen lo perplejo y sobrecogedor.
Cuando el poder ostenta su omnipresencia hará de los hombres sujetos de omniaberraciones, parece decirnos el autor, cuestión que subraya una viga maestra de la infamia de la historia caribeña, sudamericana y de toda la humanidad, y que diversos autores como el de estos relatos han logrado retratar. 
Disponible en: